Come parlare di guerra con i bambini.

Come parlare di guerra con i bambini.

In questo periodo in tanti chiedono: “Come parlare di guerra con i bambini?”

Di Alli Beltrame e Valeria Mattaliano 

È utile discutere su come affrontare in modo corretto un tema palesemente “sbagliato” di per sé?

Certo! Per qualsiasi argomento, anche il più spinoso, è utile interrogarsi su come approcciarsi ed essere un esempio di responsabilità.

Cominciamo col dire che i bambini piccoli hanno il diritto di seguire i loro tempi evolutivi, quindi non forzate la discussione sulla guerra; anche se vi sembra tutelante esporre il vostro punto di vista, rischiate di bruciare le tappe e esporre i vostri figli a concetti che non sono in grado di elaborare.

Quando sono i bambini ad aprire la discussione, magari perché hanno incontrato la guerra nel gioco o nello studio, si sentono probabilmente pronti e quello è un momento prezioso da rispettare.

Come capire, però, che è proprio il momento giusto? Porranno domande, magari non dirette, ma molto esplicite “Può succedere qualcosa di brutto qui?” “Se esplode  una bomba la nostra casa scoppia?”  A quel punto quindi fermate tutto e offrite una presenza di qualità.

Purtroppo capita spesso che i bambini vengano esposti prematuramente alla guerra (a scuola, sui dispositivi, da amici e parenti, etc.) e in questo caso non potete scappare; tentando di distrarli o di sminuire l’accaduto, rischiereste solo di peggiorare le cose.

Come affrontare il tema della guerra in maniera responsabile?

Il primo passo è essere onesti con se stessi. 

La guerra è un argomento spinoso e nei secoli non abbiamo ancora trovato un sistema efficace per convivere pacificamente. Ti reputi un pacifista? In tanti si definiscono pacifisti, ma cadono in contraddizione giustificando l’invio di armi come difesa, elogiando la resistenza (che per quanto inevitabile e comprensibile comporta una risposta violenta verso l’altro) o il martirio (che comporta violenza verso se stessi). Insomma, è il caso di ammettere umilmente che “la pace nel mondo” è un ideale utopico a cui possiamo solo tendere. Spiegare le ragioni di un conflitto restando neutrali non è semplice e quindi è utile parlare in modo soggettivo (“Io credo”, “secondo me”) e ammettere le proprie difficoltà… i nostri figli le colgono comunque. Offriamo autenticamente protezione mostrandoci sereni anche nella difficoltà.

Il secondo passo è ascoltare davvero!

Sui temi più scioccanti i bambini spesso ripropongono frasi sentite da altri o fanno domande confuse perché non sanno come esprimere le domande più scomode che l’argomento ha stimolato in profondità: “Come si può uccidere un altro essere umano?”, “Ho giocato alla guerra, ho tirato un calcio, ho fatto un dispetto per vendicarmi… perché fare male è divertente?”, “Ma è vero che loro sono cattivi?”, etc. 

Difficilmente i vostri figli riusciranno a verbalizzare domande così dirette, ma nell’ascolto potete osservare i sottintesi e il linguaggio non verbale, cercando di comprendere quale aspetto è più urgente affrontare.

Il terzo passo è quello di trovare un linguaggio adatto ai bambini: 

  • serio, perché non apprezzano i discorsi edulcorati e le vocine “da piccoli”;
  • rispettoso, cioè che sia fondato su un dialogo e non su un monologo in cui cerchiamo di inculcare la nostra idea di “giusto e sbagliato”;
  • misurato sul metro dei nostri figli, perché alcuni potrebbero aver bisogno di affrontare, accompagnati, immagini e racconti forti, altri potrebbero non essere pronti a vedere e discutere particolari che a noi sembrano leggeri.

Teniamo ben presente QUEL bambino, la sua esperienza, la sua maturità intellettuale ed emotiva e la sua indole. Insomma personalizziamo il discorso il più possibile!

Infine cercate in voi stessi uno sguardo amorevole verso vittime e carnefici.

Non c’è giustificazione per la violenza, quindi non c’è spazio per l’odio verso chi la commette, ciò che si condanna è il comportamento, non la persona; questa è una delle più importanti lezioni di vita, un aiuto concreto per rendere ogni conflitto costruttivo.

Un’altra lezione importante è che la pietà depotenzia le vittime. Non è utile la nostra compassione (compatire significa soffrire insieme), il loro dolore non è il nostro! Nessuno viene salvato dalla pietà altrui e spesso qualche parola contrita la dice più per mettere a tacere il proprio disagio che per amore altrui. Cerchiamo piuttosto di chiederci se possiamo aiutare e come.

Non saremo probabilmente in grado di illustrare la via per “la pace nel mondo”, ma daremo ai nostri figli una visione costruttiva e proattiva del conflitto utile a portare pace nel loro mondo interiore.

Io e Valeria Mattaliano abbiamo scritto un libro sulla pace, che racconta la rabbia.

Quando ci sembra di non poter fare nulla per cambiare le cose, ricordiamoci che abbiamo pieno potere su noi stessi e possiamo scegliere come manifestare le nostre emozioni: con aggressività o in pace con l’altro.

Il libro si intitola “Arrabbiati per bene” edito da Mondadori.



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